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Economia, Geopolitica

Britexit?

Di Elido Fazi

Intanto una notizia: il 14 marzo uscirà il libro, disponibile anche in formato ebook,  scritto congiuntamente da me e dal Vice Presidente del Parlamento Europeo Gianni Pittella: Breve Storia del Futuro degli Stati Uniti d’Europa. Vi consiglio di leggerlo. Vi troverete una narrativa sul futuro dell’Europa non convenzionale.

Se il 2012 è stato l’anno del Grexit, nel 2013 molto spazio sarà occupato sui giornali dal Britexit dopo le decisioni prese nel Consiglio Europeo del giugno 2012, agli inglesi è cominciato ad apparire sempre più chiaramente che le loro opzioni in Europa si stavano restringendo. O accettano di entrare a pieno titolo nell’euro e quindi negli Stati Uniti d’Europa, cosa che Cameron ha totalmente escluso, oppure rimangono nella UE, ma senza molta possibilità di influenzarne le scelte. Non si capisce neanche che strategia abbia in mente Cameron. Rimanere nella UE rinegoziando i trattati e poi andare al referendum potrebbe essere una sua illusione. Non c’è nessun segnale che l’Unione sia disposta a fare le concessioni che lui chiede. In ogni caso il referendum, se si terrà, non sarà prima del 2017 e c’è ancora molto tempo per far ricredere gli inglesi che uscire ora dall’Europa sarebbe una sciocchezza e che se la City di Londra vuole mantenere la sua centralità come piazza finanziaria deve andare incontro all’euro e non viceversa. Ho vissuto 7 anni in Inghilterra e non credo che la maggioranza dei britannici si sia fatta frastornare dai miti contro l’Europa spacciati da giornali popolari scandalistici come il Sun e il Daily Mail privi di qualunque sostrato di pensiero al punto di pensare che uscire dall’Europa e entrare nella European Economic Association insieme alla Norvegia (ma senza il suo petrolio) e il Liechtenstein oppure nell’EFTA insieme alla Svizzera sia l’opzione migliore per loro.

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Il discorso di David Cameron a metà gennaio non è stata una sorpresa per nessuno. Lo si aspettava da tempo. Prima avrebbe voluto farlo ad Amsterdam, poi il giorno in cui  francesi e tedeschi celebravano i 60 anni del Trattato dell’Eliseo del 1963 (qualcuno deve avergli consigliato che sarebbe stato inopportuno) e infine si è limitato a farlo nei giorni del World Economic Forum di Davos. Non è stata una sorpresa perché quel poco che ha detto lo si poteva immaginare da mesi. Secondo The European Union Act approvato dalla coalizione di Governo di Cameron nel 2011 un referendum dovrà essere tenuto ogni volta che un nuovo Trattato europeo sposta sovranità da Londra a Bruxelles. Poiché è probabile un nuovo Trattato nel 2015 o nel 2016, questo farebbe scattare la molla del referendum. A meno che Ed Miliband, il capo del Partito Laburista vinga le prossime elezioni e decida di abolire The Act.

L’opinione pubblica inglese è attualmente divisa in tre parti: gli Eurofili, che vorrebbero entrare nella Federazione, gli Eurofobici, che vorrebbero uscirne definitivamente, e gli Euroscettici, con a capo Cameron, che sperano in una terza via: rimanere ma rinegoziare le regole. Per paura di perdere voti nei confronti dello UKIP, the United Kingdom Indipendent Party un partito ferocemente eurofobico che è all’improvviso passato dalla periferia della politica inglese al ruolo di protagonista, arrivando secondo a due recenti elezioni per eleggere due parlamentari a Westminster, gli eurofobici si stanno allargando a macchia d’olio all’interno del Partito Conservatore di David Cameron.

Ma quando ci avranno riflettuto meglio, gli inglesi si renderanno conto che la svolta essenziale in Europa ha avuto luogo non a giugno del 2012, ma più di 20 anni fa, nel febbraio del 1992, a Maastricht. Perché, anche se allora tutti non ne erano coscienti, creare una moneta unica, significava che un giorno o l’altro si sarebbe dovuto creare uno Stato Unico Europeo. E’ impossibile avere una Unione Monetaria senza una Unione Fiscale e non è facile avere una Unione Fiscale senza uno Stato Federale. Gli eurofobici di allora possono oggi rivendicare che avevano ragione loro. In una unione monetaria, i flussi di capitale, gli sbilanci nella parte corrente della bilancia dei pagamenti, l’andamento divergente della competitività e dei salari, diverse politiche fiscali e di bilancio, avrebbero portato a una situazione in cui, senza unità politica, l’Unione Europea si sarebbe sfasciata.

Chi ricorda potrebbe persino sostenere che gli inglesi furono fregati dal modo di fare che potremmo definire, ma in modo positivo, “All’Italiana”, del nostro primo ministro Giulio Andreotti, nel semestre di presidenza europea nella seconda metà del 1990. Andreotti lesse nel corso della seduta plenaria conclusiva il testo definitivo del comunicato e di quello che si era deciso. Giunto alla frase che parlava della futura moneta unica, il testo scritto recitava “una moneta comune”. Andreotti lesse “una moneta unica”. Fu il ministro degli esteri belga ad alzare subito la mano e chiedere: “Ma qui c’è scritto moneta comune”. Andreotti rispose: “Ho detto moneta unica,” e tirò avanti. Il cancelliere Kohl sornione annuì soddisfatto.

L’espressione “moneta comune” nella sua vaghezza poteva rappresentare un compromesso accettabile per i britannici, che avrebbero potuto sostenere, con buoni argomenti giuridici, la non obbligatorietà di una sostituzione integrale delle monete nazionali con la moneta comune, e dunque resuscitare la loro proposta di “moneta parallela”, l’Euro come una tredicesima moneta,  lasciando al mercato stesso il compito di  quale moneta avrebbe dovuto esercitare l’egemonia sul continente.

La moneta unica fu considerata una clamorosa sconfitta della Signora Thatcher che se ne tornò a Londra con la coda tra le gambe. Poco prima di dimettersi, causa secondo lei anche del machiavellismo degli Italiani, qualche settimana dopo, pronunciò uno splendido discorso alla Camera dei Comuni:

“Mentre sul Continente è sceso un cupo silenzio, in quest’aula si continua a dibattere liberamente, secondo le regole della nostra democrazia”.

E’ vero che il Premier John Major non aderì all’Euro, e che Cameron ritiene il potere di veto sui nuovi Trattati che la nuova costruzione dell’Euro richiede, posizione che può dare loro una certa forza, ma non più di tanto. L’Europa probabilmente creerà nuove strutture e poteri di cui il Regno Unito potrebbe non far parte.

Il Regno Unito non ha mai mostrato molto entusiasmo per l’Europa. Quando il primo ministro Harold Macmillan cercò di associarsi a quella che poi sarebbe diventata la EU, lo fece non certo perché credesse idealisticamente nell’idea di una Europa che prima o dopo sarebbe diventata un’Europa Unita. Entrò per biechi motivi commerciali perché in Europa c’erano i quattrini e perché gli sembrava di non avere alternative. Se il mercato del continente si stava unificando il Regno Unito non poteva restarne fuori. Charles De Gaulle, oggi lo possiamo dire, aveva forse ragione, quando si oppose al loro ingresso. Ormai tutti gli altri paesi fondatori, e non solo loro, si sono resi conto che il Regno Unito, nonostante siano riusciti a imporre, con tutta la loro capacità di influenza, politiche neoliberiste negli anni Ottanta e Novanta, non sarà mai capace di essere convintamente dentro l’Europa. A meno che, a meno che………..

Quando nel 1973 aderirono alla Comunità Economica Europea (CEE) non vollero mai prendere atto che dopotutto quella non era soltanto una comunità economica, ma qualcosa di più. I Conservatori, che all’inizio erano stati i più caldi fautori dell’integrazione in Europa, si sono mano a mano sempre più raffreddati. Basti pensare alle posizioni di Margaret Thatcher, sempre come una brava negoziante a negoziare la quota annuale per far parte del Club e a battere la sua famosa poco elegante borsetta sul tavolo per strillare I want my money back.

Insomma, davanti all’emergere dell’avvio del processo di creazione di una Unione Bancaria sotto la supervisione della BCE, dell’Unione Fiscale a cui dovrà per forza di cose seguire l’Unione Politica, i politici inglesi hanno dovuto “obtorto collo” prendere atto che questa aveva implicazioni di rilievo anche per il Regno Unito.

La combinazione dell’euroscetticismo dei conservatori di Cameron, insieme all’opportunismo dei laburisti ha consentito di fare una battaglia sul bilancio della UE, ma questa posizione gli ha inimicato quasi tutti gli altri membri del Club. Sempre più ormai l’Inghilterra è vista come il socio di un condominio di cui non vuole pagare le quote né rispettare le regole. Gli inglesi sono gli inventori dei famosi Club. Ma ora si ritrovano ad essere un socio particolarmente eccentrico – e questo potrebbe anche essere accettato – ma quello che è inaccettabile è un socio che fa ostruzionismo su tutto.

Le opzioni per gli inglesi non sono molte:

La prima è di restare dentro l’Unione Europea senza molte possibilità di incidere, a meno che non entrano nell’Euro. E per entrarci dovrebbero pure fare qualche sforzo. Rispetto agli altri Paesi della UE l’economia inglese non è messa molto bene. Anzi, forse è una delle meno competitive, soprattutto se guardiamo alla parte corrente della bilancia dei pagamenti che fa registrare il deficit più alto in assoluto nella UE ( secondo l’Economist del 2 febbraio pari a 75,3 miliardi di dollari, il 3,6% del PIL, due volte e mezzo più alto di quello del l’Italia, pari a 15,7 miliardi, l’1,6% all’1,4%) e alla situazione dei conti pubblici, con un deficit dell’8%, nonostante i bassissimi tassi di interesse che paga sul suo debito. Anche se volesse entrare nell’Euro, oggi verrebbe bocciata.

Inoltre, i contribuenti inglesi sono stati finora i più colpiti dalla necessità di salvare i loro banchieri super-milionari. Il caso più clamoroso è quello della Royal Bank of Scotland. Dal 2008 il governo inglese ha dovuto sottoscrivere, solo per questa banca, due aumenti di capitale e concedere garanzie per un totale di 515 miliardi di euro, più di un quarto del nostro intero debito pubblico. Secondo una ricerca di R&S  Mediobanca, gli inglesi sono quelli che hanno dovuto sborsare di più per salvare le loro banche per l’enorme cifra di 1206 miliardi di euro. Per fare un confronto, all’Italia per ora l’aiuto alle banche è stato soltanto (si fa per dire, naturalmente!) solo 123 miliardi di euro. E mentre l’Italia rimane ad oggi uno dei maggiori possessori di riserve d’oro al mondo, gli inglesi sembra abbiano svenduto tutto il loro oro sotto la premiership di Gordon Brown a un prezzo più o meno pari a un terzo di quello di oggi.

La seconda è quella di entrare nella European Economic Area (EEA), insieme all’Islanda, la Norvegia e il Liechtenstein. All’interno di questa area gli inglesi potrebbero svolgere un ruolo di leadership, ma ne vale la pena? Intanto, dovrebbero continuare a rispettare tutte le direttive già prodotte da Bruxelles e quelle che saranno prodotte in futuro senza nessuna possibilità di poter esercitare la loro influenza su normative e regolamenti che influenzano la loro industria. Non avrebbero nessun rappresentante nel Parlamento Europeo che sembra destinato ad avere una influenza sempre maggiore. Non avrebbero neanche la possibilità di risparmiare sulla loro quota di adesione perché per avere i benefici della EEA dovrebbero pur sempre pagare (attualmente la Norvegia paga a testa poco meno di quello che pagano gli inglesi). Uno dei pochi benefici sarebbe quello di poter avere totale autonomia sulla loro politica agricola. Ma non appena qualcuno farà capire ai britanni quello che abbiamo appena riassunto, qualcuno potrebbe argomentare che allora tanto vale entrare nell’euro.

E poi, considerando le loro ancora vive ambizioni geopolitiche quanto potrebbe contare la EEA a livello globale?

La terza è di tornare a far parte della European Free Trade Area (EFTA), che loro stessi contribuirono a creare negli anni Sessanta insieme alla Svizzera. La Svizzera riesce a fare business con l’Unione Europea attraverso accordi bilaterali e allineando quasi pedissequamente le sue normative a quelle europee. La Svizzera attualmente ha un accordo con la UE per quanto riguarda il commercio delle merci (anche se la maggior parte delle imprese svizzere, spesso grandi multinazionali, risolve questo problema aprendo filiali all’interno della UE),  ma non un equivalente accordo sui servizi finanziari. Finora, poi, la Svizzera, per proteggersi dai regolamenti troppo restrittivi nel settore dei servizi finanziari si è sempre alleata con uno dei soci del Club con un’equivalente grande industria dei servizi finanziari, e cioè l’Inghilterra. I cittadini inglesi dovrebbero poi essere informati che cresce sempre di più tra gli europei l’intolleranza per un paradiso fiscale nel cuore dell’Europa, ai confini di alcuni dei più influenti Stati dell’Unione. Molti italiani ad esempio non capiscono perché l’Italia, la Francia e la Germania stanno cercando di negoziare singolarmente con la Svizzera per il rimpatrio e il rientro di capitali esportati illegalmente. Non potrebbe essere Bruxelles a fare pressioni direttamente su Berna? I rapporti di forza sarebbero diversi. Basterebbe dire che o gli svizzeri rilasciano la lista di coloro che detengono conti presso le loro banche e forniscono tutte le informazioni necessarie, oppure alle sue banche viene vietato di operare nello spazio europeo. Non sappiamo se è vero quello che circola su Internet e che è stato pubblicato anche da qualche giornale, e cioè che Monti abbia svariati milioni di euro depositati presso banche svizzere. Noi crediamo di no, ma si farebbe un enorme passo avanti nella lotta contro l’evasione se la lista di quelli che hanno conti in Svizzera venisse resa pubblica e noi tutti potessimo averci accesso.

La quarta opzione potrebbe essere quella di diventare il 51° paese degli Stati Uniti. A una gran parte dei cittadini inglesi, questa opzione potrebbe non dispiacere. Un giorno potrebbero avere un inglese come Presidente degli Stati Uniti e questo darebbe l’illusoria apparenza di un rispolvero in grande stile degli antichi splendori imperiali. Ma Obama ha già fatto capire che non è assolutamente interessato a dialogare con un Regno Unito fuori dalla UE. Ha mandato all’inizio di gennaio 2013 a Londra il suo dirigente di più alto grado per gli affari europei, il sottosegretario Philip Gordon, per mettere in guardia il premier britannico che indire un referendum che potrebbe portare all’uscita dell’Inghilterra dalla UE sarebbe un grave errore, gravido di conseguenze negative. Dopo gli omaggi di rito alla Special Relationship con gli USA, sembra che Gordon abbia fatto capire che persino questa potrebbe affievolirsi. Un’uscita della Gran Bretagna ridurrebbe anche l’influenza degli Stati Uniti sugli affari europei. “Abbiamo una crescente relazione con l’Unione Europea in quanto tale, ha dichiarato Gordon, e vogliamo che ci sia una voce forte della Gran Bretagna in Europa. Questo è nell’interesse degli Stati Uniti. Noi vediamo con favore una Unione Europea aperta verso il resto del mondo, e con la Gran Bretagna dentro”.

Esiste anche una quinta opzione. Entrare a far parte dell’Euro. Perché no…se solo i cittadini inglesi potessero farsene una idea diversa?

Qualunque sia l’opzione, i cittadini inglesi in caso di referendum dovrebbero essere bene informati delle conseguenze economiche di una loro uscita, che non sarebbe affatto indolore. Le imprese, è vero, potrebbero liberarsi di alcune direttive sul lavoro che, secondo i loro standard, sono estremamente punitive, come la Direttiva che mette un tetto di 48 ore sulla settimana lavorativa oppure quella sul lavoro interinale. Ma i cittadini cosa ci guadagnerebbero? Il mercato del lavoro inglese è tra i più flessibili al mondo e le direttive europee d’altra parte incidono poco. Ma cosa succederebbe al centro finanziario della City of London? Potrebbe diventare una sorta di centro finanziario offshore, una specie di Singapore, ma sembra improbabile che riesca a ripetere gli splendori degli anni Sessanta e Settanta, quando, prima ancora che il Regno Unito entrasse nella UE, la City era diventata il maggior mercato per l’eurodollaro, cioè per il deposito e i prestiti in dollari. Difficile, questo possa ripetersi per l’Euro. The CityUK, un’associazione lobbistica inglese, ha fatto uno studio sul perché 147 istituzioni finanziarie internazionali hanno scelto di fare investimenti a Londra. Due terzi delle imprese interpellate ha messo il libero accesso a un mercato di 500 milioni di euro al primo posto.

Ma le conseguenze più negative si avrebbero nel settore manifatturiero. Le esportazioni inglesi per più della metà sono dirette sul Continente. E’ vero che ormai le barriere tariffarie nel mondo si sono abbassate dopo i vari accordi conclusi prima dal GATT e poi dal suo successore, il World Trade Organization. Le tariffe per le importazioni calcolate tenendo presente i volumi di scambio si sono ormai abbassate a circa il 3% per i Paesi al di fuori della UE. Ma in alcuni settori, come il tessile e i prodotti caseari sono ancora alti. Per permettere agli italiani, ai tedeschi e ai francesi il lusso di un assaggio di Stilton o Cheddar, gli importatori dovrebbero pagare un dazio pari a 141 euro ogni 100 kili per il primo e 167 per il secondo.  E’ probabile che i consumatori, visto il rapporto qualità-prezzo, vi rinuncino. I produttori di automobili sul territorio britannico, ormai quasi tutti o tedeschi o giapponesi o americani, si porrebbero la domanda perché continuare a produrre nel Regno Unito, dovendo pagare un dazio del 4% per poter vendere le loro auto in Europa. Senza contare i problemi che verrebbero creati alle loro supply-chain.

In un discorso fatto a Zurigo nel 1946 Winston Churchill incitava  Francia e Germania a costruire gli Stati Uniti d’Europa, ma affermava già allora che, a causa della sua storia e della sua cultura non si sentiva chiamata a farne parte. Affermazione molto discutibile, soprattutto se si pensa alla cultura. Invitato a Oxford a tenere una conferenza nel mese di giugno del 1583, e poi richiamato come Professore nell’estate per tre lezioni sulle teorie del polacco Copernico,  Giordano Bruno fu preso per pazzo dagli accademici oxoniani poiché sosteneva che era la terra a girare intorno al sole e non viceversa (nulla di originale, l’aveva già scoperto Copernico, ma Bruno non era uno riservato e prudente come quest’ultimo e infatti il Papa lo condannò al rogo a Campo de’ Fiori a Roma). Non era la terra a girare intorno al sole, sostenne l’arcivescovo di Canterbury George Abbot, ma la testa di Bruno. “Quell’omiciattolo italiano…intraprese il tentativo, tra moltissime altre cose, di far stare in piedi l’opinione di Copernico, per cui la terra gira e i cieli stanno fermi; mentre in realtà era la sua testa che girava e il suo cervello che non stava fermo”.

Ma quando quest’ultimo pubblicò a raffica direttamente in italiano a Londra in un solo anno nel 1584 la Cena de le ceneri, , De la causa, principio et uno, De l’infinito, universo e mondi, e soprattutto Lo Spaccio della Bestia trionfante, dove si sostiene che bisogna sostituire i vecchi vizi prodotti dalla Chiesa Cattolica con nuovi valori, cioè tornare alla sincerità, semplicità e verità, perché credere senza riflettere non è sapienza,  alcune imposture umane non sono consigli divini, l’eleganza non ha nulla a che fare con la dignità umana, l’onore e la stima non possono essere racchiusi solo nella ricchezza e il saper vivere non può risiedere solo nella finzione, sembra che fosse preso molto sul serio dagli intellettuali londinesi, soprattutto da un giovane sconosciuto proveniente da una famiglia cattolica di nome Shakespeare, appena arrivato nella capitale. Nelle sue opere, il genio inglese pose molte delle idee di Bruno su quelli che avrebbero dovuto essere le nuove gerarchie dei valori e cioè che al primo posto nella vita va messa la Verità, al secondo la Prudenza, caratteristica del saggio, al terzo la Sofia, cioè la ricerca della verità, e poi la Legge che deve disciplinare il comportamento civile dell’uomo.

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Un pomeriggio di settembre del 1819 mentre John Keats, il più grande allievo di Shakespeare, che si era ritirato in una piccola città di provincia, Winchester, per completare l’opera che avrebbe dovuto dargli fama eterna, l’Iperione, scriveva in pochi minuti un pomeriggio al tramonto l’Ode all’Autunno, forse la poesia più bella di tutta la letteratura inglese, in un’altra piccola città di provincia, Recanati, nelle Marche, Stato Pontificio, Italia, forse nello stesso giorno, Giacomo Leopardi scriveva L’Infinito, forse la più bella poesia della letteratura italiana, tanto bella che il primo entusiasta fu William E. Gladstone, Primo Ministro inglese per ben 4 volte dal 1868 al 1894. Gladstion pubblicò nel 1850 un saggio su Leopardi nella “Quarterly Review”, la stessa rivista che aveva ferocemente stroncato l’Endimione di Keats. Gladstone sulle cose di cultura aveva probabilmente più sensibilità di Churchill (anche se nell’articolo Gladstone rimprovera a Leopardi di non appoggiarsi “all’aiuto della rivelazione divina” senza la quale, secondo lui, né l’appagamento intellettuale né una vita felice sono possibili). Negli stessi giorni di settembre, Keats, anche se non conosceva perfettamente la lingua, con l’aiuto di un dizionario leggeva la Divina Commedia e l’Orlando Furioso in originale. Leopardi l’inglese non lo conosceva molto, ma il francese sì e scriveva spesso nella loro lingua ai suoi amici intellettuali francesi. E poi bisognerebbe ricordare a Churchill che dei tre maggiori poeti inglesi dell’Ottocento, due, Keats e Shelley, sono morti in Italia e uno, Byron, in Grecia.

Insomma, nel suo discorso Churchill sosteneva che la Gran Bretagna avrebbe dovuto incoraggiare la costruzione degli Stati Uniti d’Europa, ma avrebbe dovuto mantenere il proprio ruolo di ponte tra Stati Uniti d’America e Stati Uniti d’Europa.

Forse ha ragione l’economista francese Pierre Larrouturou quando dice: “Perché non riconoscere oggi al Regno Unito questa posizione particolare? Nessuno può essere costretto ad andare più in là di quanto desideri. Ma nessuno, al tempo stesso, ha il diritto di rallentare eccessivamente il cammino degli altri”.

Ma con Obama Presidente, neanche questa opzione è ormai più possibile tenerla in piedi per gli inglesi.

Proviamo a convincerli ad entrare nell’euro.

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Discussione

2 pensieri su “Britexit?

  1. Meraviglioso il poeta Keats, morto in Italia e sepolto a Roma nel cimitero inglese. Forse a quei tempi gli inglesi amavano di più il resto d’Europa e soprattutto l’Italia. Si sentivano più vicini allo spirito europeo ed erano consapevoli di un loro possibile ruolo – guida in Europa. Cosa è successo dopo? E soprattutto cosa sta succedendo oggi alla nazione inglese nei riguardi dell’Europa?

    Pubblicato da Francesca rita Rombolà | 4 febbraio 2013, 19:48
  2. “Gli eurofobici di allora possono oggi rivendicare che avevano ragione loro. In una unione monetaria, i flussi di capitale, gli sbilanci nella parte corrente della bilancia dei pagamenti, l’andamento divergente della competitività e dei salari, diverse politiche fiscali e di bilancio, avrebbero portato a una situazione in cui, senza unità politica, l’Unione Europea si sarebbe sfasciata.”

    No, tutti lo sapevano (tranne i cittadini), come candidamente ammesso da Prodi (“I am sure the Euro will oblige us to introduce a new set of economic policy instruments. It is politically impossible to propose that now. But some day there will be a crisis and new instruments will be created.” Financial Times 4 dicembre 2001) e da Monti (LUISS 2011 http://www.youtube.com/watch?v…, per citare due casi illustri nostrani. Resta la domanda: perché si è fatta comunque? Per accelerare il processo di integrazione? Già, è stato come pretendere di cuocere un arrosto in 30 secondi: si è dovuto alzare la temperatura a livelli insostenibili e il risultato è una pietanza immangiabile; bruciacchiata ma che ancora gronda sangue.

    Lo dico con molta preoccupazione, non capisco come si possa ancora sostenere un progetto così irresponsabile e antidemocratico. Scrive Attilio Rossi, chiss perchè censurato.

    Pubblicato da chiara | 5 febbraio 2013, 12:22

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