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Economia, Euro, Europa, Geopolitica

La road-map di Hollande per il futuro dell’Europa

Di Elido Fazi

Francois HOLLANDE - President of the French Republic and Martin SCHULZ - EP PresidentMi è piaciuto molto il discorso del presidente francese Hollande al Parlamento Europeo martedì scorso. È la prima volta che illustra in modo esaustivo il suo pensiero sul futuro e sul destino dell’Europa.  Si tratta di un manifesto chiaro e lucido sui prossimi passi che dovranno essere fatti per arrivare a una sorta di unità economica e politica. Un discorso, pari per importanza a quello fatto dalla Merkel il 7 febbraio del 2012 presso un museo di Berlino. Anche Hollande è d’accordo con la Cancelliera che ora l’Europa ha bisogno di una più forte unione politica, altrimenti rimarrà semiparalizzata. La Francia è pronta per «lanciare un grande progetto per completare l’Unione Economica e Monetaria». Le elezioni europee dell’anno prossimo rappresenteranno una grande occasione per discutere del futuro dell’Europa e della sua nuova architettura istituzionale.

È un discorso importante perché non è possibile pensare all’unità politica europea senza la Francia, che ha un posto nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e un armamento nucleare e che ha ora con Hollande piena consapevolezza dei rischi legati al capitalismo finanziario. Il presidente francese sembra aver superato tutte le perplessità e le paure che i suoi connazionali hanno avuto per anni sulla perdita di sovranità. Con la Francia che ridiventa protagonista della politica europea dovremmo essere in grado di procedere velocemente verso un rafforzamento dell’Unione Politica, anche se così la Repubblica francese non potrà più svolgere il ruolo che le sarebbe tanto piaciuto, quello di prima inter pares.

È stato un discorso lungo e non è facile riassumerlo in poche righe. Con grande lucidità, Hollande indica che per l’Europa la prossima tappa deve essere il coordinamento delle politiche economiche nazionali necessarie e indispensabili per riassorbire gli squilibri nella competitività e quindi nelle bilancie dei pagamenti dei singoli paesi.

Nel complesso, i paesi dell’Eurozona hanno una bilancia dei pagamenti equilibrata (secondo l’«Economist» del 9 febbraio il surplus è pari a 135.5 miliardi di dollari, lo 0.6% del PIL) rispetto al deficit di 477 miliardi degli Stati Uniti, pari al 3% del PIL, e al surplus di 213 miliardi, corrispondente al 2,8% del PIL, della Cina. Ma all’interno dell’Europa ci sono paesi che hanno un surplus eccessivo, come la Germania (+218,5 miliardi, pari a un 6% del PIL) e l’Olanda, che ha addirittura un surplus di 75,8 miliardi (per un’astronomica percentuale rispetto al PIL di quasi il 9%), e paesi in deficit come la Francia, l’Italia e la Spagna. In genere quando si arriva a un surplus superiore al 5% del PIL, si ritiene che questo sia eccessivo e pericoloso per il Paese stesso che lo registra.

Secondo Hollande, i paesi in surplus hanno il dovere di rilanciare la loro domanda per poter permettere agli altri di rilanciare le loro attività e quindi esportare di più, riequilibrando così i loro conti con l’estero.

Questo primo punto, riguardante non solo una politica monetaria comune, ma anche una politica economica comune, è fondamentale per mettere al sicuro l’euro nei prossimi anni.  Sul perché, se non si mette in comune la politica economica tout court, l’euro non potrà andare lontano nel tempo bisogna fare una lunga riflessione relativa ad alcuni temi economici di base, riflessione che faremo però in futuro. Qui vogliamo limitarci a ricordare che la crisi degli ultimi anni ha messo impietosamente in evidenza che la vecchia modalità di operare dell’euro non può continuare se non si riconosce che quello che per ora possiamo chiamare livello UE, in attesa di qualcosa di diverso che somigli a un governo federale, non opera anche come attore della politica economica di tutta l’area. Già nel 1989, prima ancora che l’euro divenisse moneta comune dell’Eurozona, Jaques Delors aveva sottolineato che «l’Unione Economica e l’Unione Monetaria formano due parti integranti di un tutto e debbono pertanto essere implementate in parallelo». L’unione monetaria è stata fatta, quella economica no. Adesso è giunto il momento di farla. Perché si può dare la colpa della crisi a tanti fattori – l’arroganza dei banchieri too big to fail too-big-to-fail1, o alla mancanza di regolamentazione sulle banche, oppure all’irresponsabilità fiscale di alcuni Stati – ma la causa principale forse rimane la contraddizione di fondo, ovvero che una moneta sovranazionale non può andare d’accordo con politiche economiche disegnate a livello nazionale, se i cicli economici dei vari paesi europei non coincidono. Per alcuni la politica monetaria diventa lassista, per altri troppo restrittiva. E lo stesso vale per il tasso di cambio. Per alcuni ( Germania e Olanda) è troppo basso, per altri (Francia, Italia e Spagna) troppo alto.

Il secondo punto sollevato da Hollande è la riflessione sul posto che oggi occupa l’euro nel mondo. Si sta infatti scatenando a livello globale una guerra dei cambi che in qualche modo potrebbe essere comparata alle politiche protezionistiche degli anni Trenta. Non possiamo lasciare che l’euro continui a fluttuare nei confronti del dollaro, del renminbi e dello yen, abbandonandolo solo alle forze di mercato. Secondo Hollande, spetta alla politica definire una politica dei cambi, altrimenti si formano delle parità che non corrispondono allo stato reale delle economie. Non si tratta di assegnare un obiettivo alla Banca Centrale Europea (BCE), ma è l’Europa che si deve far carico di prendere l’iniziativa per una riforma del sistema monetario internazionale, oggi più instabile che mai. Se questo non succederà, è inutile chiedere a Paesi che hanno problemi di fare sforzi per recuperare la competitività, se poi questo recupero viene annullato dall’aumento del valore dell’euro.

Anche su questo non si può non essere completamente d’accordo con Hollande. La guerra dei cambi che si sta scatenando rende sempre più urgente la necessità di un nuovo accordo multilaterale come quello siglato a Bretton Woods nel 1944. Solo l’Europa può prendere l’iniziativa per indire un nuovo Forum nella cui agenda ci siano 2 temi ben precisi:

1) squilibri nella parte corrente della bilancia dei pagamenti e creazione di una moneta mondiale;

2) vincoli da imporre ai mercati finanziari internazionali.

Il secondo mandato di Obama è un’occasione irripetibile per portare avanti questo progetto. Non possiamoObama-un-ssecondo-mandato-per-ricomporre-il-Paese_articleimage però pretendere  che sia Obama stesso a prendere l’iniziativa perché quella americana è l’economia al momento meno globalizzata e quella che trae i maggiori benefici dalla situazione esistente. Gli USA sono fortemente dipendenti dall’estero per il finanziamento del loro deficit ormai cronico nella parte corrente della bilancia dei pagamenti, che si trascina ininterrottamente dal 1982. Il flusso di capitali esteri necessari a finanziare questo deficit è imponente. Inoltre rappresentano oggi i più grandi debitori esteri del mondo. Se per qualche motivo la fiducia del mondo nella vitalità dell’economia americana oppure nella sua capacità di guida dovesse incrinarsi, e pertanto l’enorme afflusso di capitali stranieri dovesse ridursi, una lunga e pericolosa depressione economica, in cui nessuno peraltro ha interesse, diventerebbe inevitabile. I cinesi, i giapponesi, gli arabi e perfino la Russia di Putin sono ormai diventati i creditori più importanti degli Stati Uniti. Se volessero speculare sul dollaro, converrebbe loro vendere i dollari e comprare gli euro. Tutti quelli che giorno dopo giorno si sperticano nel tessere le lodi del mercato dovrebbero sapere che la normale reazione in una economia di mercato dovrebbe essere una tendenza alla svalutazione del dollaro e di conseguenza una rivalutazione del renmimbi cinese, dello yen giapponese, del rublo russo e anche dell’euro. Nessuno vuole impedire agli Stati Uniti di svalutare gradualmente il dollaro, ma un improvviso crollo sarebbe pericoloso per tutti.

La tradizione imperialista non è stata sempre l’unica musica nelle corde della classe dirigente americana. Ci sono stati anche l’isolazionismo oppure l’internazionalismo multilaterale di Franklin Delano Roosevelt. Un Obama che somigli a Roosevelt l’abbiamo sempre sognato. Vedremo quello che dirà domani nel discorso sull’Unione, ma si può scommettere che l’attenzione del governo americano nei prossimi anni si sposterà dalla politica estera a quella interna e quindi potrebbe avere interesse a ridare fiato alle esportazioni, rinunciando però al “potere di signoraggio” di cui gli USA ancora beneficiano.

Giovedì scorso Mario Draghi ha usato una sola frase, che però sembra efficace, per cercare di scoraggiare quello che il ministro delle Finanze del Brasile, Guido Montega, ha definito «guerra valutaria». «Certo vorremmo verificare se l’apprezzamento dell’euro, qualora continui, altererà la nostra valutazione riguardo alla stabilità dei prezzi». Probabilmente quello che Draghi voleva dire è che un continuo apprezzamento dell’euro potrebbe causare una diminuzione notevole nei prezzi delle materie importate, soprattutto petrolio e gas, portando l’inflazione media europea al di sotto del 2%. In questo caso, la BCE potrebbe intervenire per fermare il rialzo dell’euro. Dopo il suo discorso di Londra nel luglio del 2012, l’euro, considerato il grande malato del mondo, si è apprezzato del 14% sul dollaro e del 34% sullo yen.

Insomma, tornando al discorso di Hollande, è venuto il momento di lanciare un grande cantiere per l’approfondimento e l’avanzamento dell’Unione Economica e Monetaria. La Francia, dice il suo presidente, è pronta. Questo ulteriore processo deve basarsi su due principi: maggiore integrazione nel campo delle politiche economiche, ma anche maggiore solidarietà. L’integrazione dovrà poggiare naturalmente non solo sull’armonizzazione delle politiche fiscali, ma soprattutto sul disegnare politiche comuni nel campo delle infrastrutture, della ricerca e delle nuove tecnologie. È necessario trovare nuovi strumenti finanziari per lanciare progetti innovativi in materia di nuove tecnologie, in particolare sulle energie rinnovabili,  per poter gestire bene la transizione energetica ed ecologica. Ed è proprio perché accettiamo una maggiore integrazione, continua Hollande, che abbiamo anche bisogno di più solidarietà. Non ci può essere l’una senza l’altra. La solidarietà non deve però significare elemosina dei paesi del Nord a quelli del Sud. La solidarietà deve diventare una delle grandi ambizioni dell’Europa, anzitutto per garantire a ogni giovane europeo un posto di lavoro adeguato ai suoi studi. Ma per far questo bisogna che si rafforzi molto lo scambio di esperienze formative e di lavoro tra i vari Stati membri. Solidarietà significa inoltre anche accompagnare i lavoratori durante tutto il percorso lavorativo, permettendo loro di riqualificarsi con la garanzia di uno stipendio per un periodo di tempo limitato ma non breve, in caso di chiusura di un’attività economica, in modo che possano arrivare, lavorando e formandosi continuamente, a ottenere, alla fine del percorso professionale, una pensione decente. La solidarietà perònon è solo questo. Anche la Tobin Tax, la tassa sulle transazioni finanziarie, potrebbe essere considerato uno strumento di solidarietà così come gli Eurobond.

La solidarietà, secondo Hollande, può essere declinata sulla linea di quattro principi fondamentali:

1) una politica di investimenti che porti benefici a tutta l’Europa in termini di creazione di posti di lavoro;

2) altre fonti di finanziamento per il budget europeo, oltre ai contributi dei singoli Paesi, per attuare questi investimenti, altrimenti quello che si è detto a giugno, e cioè di definire un patto per la crescita, si riduce a un patto deflattivo, attraverso le politiche di bilancio restrittive del Fiscal Compact. Bisogna cominciare a pensare a un bilancio per i Paesi dell’Eurozona diverso e aggiuntivo rispetto a quello della UE, su cui si è raggiunto questo week-end un faticoso accordo e che è attualmente quasi irrilevante per dimensione (1% del PIL totale della UE), per poter fare politiche anticicliche;

3)  il budget europeo deve sostenere i paesi più fragili, ovvero quelli più esposti alla crisi;

4) bisogna trovare un sistema di finanziamento delle risorse europee più giusto e trasparente.

Non si può accettare che l’Europa diventi un’area economica a due velocità. Un’Europa delle diseguaglianze, non solo all’interno dei singoli Paesi, ma anche tra un Paese e l’altro. Un’Europa à la carte.

Ma al di là del budget, al di là della moneta unica, al di là del single market, l’Europa non può diventare un insieme di paesi, ognuno dei quali interessato solo al proprio vantaggio nazionale. L’Europa deve diventare innanzitutto una volontà politica, ed è perciò necessario lavorare per costruire una nuova architettura dell’Unione. L’Europa deve accettare che alcuni paesi (potrebbero anche non essere sempre gli stessi) si impegnino in nuovi progetti di armonizzazione delle loro politiche, al di là della base comune di regole già esistenti.

elezioni europeeLe elezioni europee dell’anno prossimo debbono diventare l’occasione per un grande dibattito sull’avvenire dell’Europa. Bisogna che nelle liste elettorali siano presenti i leader che si vogliono candidare a condurre l’Europa nei prossimi anni e che gli elettori europei abbiano ben chiaro quali sono le proposte sia riguardo alle politiche che vogliono seguire, sia riguardo al progetto di nuova architettura dell’Unione che hanno in mente. I candidati debbono essere in grado di presentare una grande narrativa sul futuro dell’Europa, solo così potremo avere istituzioni che le permettano di pesare nelle decisioni sul destino del mondo, con leader legittimati democraticamente.

Ma Hollande non si è limitato a parlare di mercato unico, di budget, di euro e di regole comuni. Si è pronunciato anche sui valori dell’Europa, sul perché dobbiamo avere l’ambizione di dire la nostra al resto del mondo. «L’Europa non può essere solo una somma di nazioni, ognuna delle quali va a cercare nell’Unione solo ciò che è utile per sé e solo per sé. L’Europa, perché è la sua storia, perché è il suo destino, è soprattutto una volontà politica». L’Europa, insomma, deve dotarsi di nuove istituzioni capaci di pesare nel Governo e nel destino del mondo. L’Europa deve portare nel mondo la sua eredità culturale, i suoi valori, i suoi principi. La Francia si appresta a organizzare la conferenza sul clima nel 2015, ma da soli non riusciremo a fare nulla se la Cina, gli Stati Uniti e altre aree del pianeta non fanno nulla. «L’Europa unita non è utile solo a noi europei, ma al mondo intero».

Ma ancora più importante, conclude Hollande, è che non possiamo dimenticare che l’Europa è innanzitutto una dimensione culturale. «È l’Europa della connaissance, l’Europa delle università, della ricerca e della cultura. Noi europei ci portiamo dietro una cultura che va ben al di là di noi stessi. Non dobbiamo considerare la nostra eredità come un patrimonio da proteggere ma come un movimento da promuovere. È l’idea dell’eccezionalità culturale, l’idea che le opere dello spirito non sono merci come tutte le altre». Dobbiamo mettere la tecnologia al servizio della difesa dei nostri artisti, della loro creatività, alla difesa di un progetto di civiltà, non solo al servizio di azionisti ultrabillionaire.

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Discussione

2 pensieri su “La road-map di Hollande per il futuro dell’Europa

  1. Un’Europa culturalmente unita, che protegga e sviluppi l’Arte ma soprattutto gli artisti… Ah quanto sarebbe bello e davvero migliore per tutti!!!

    Pubblicato da Francesca rita Rombolà | 14 febbraio 2013, 18:54

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  1. Pingback: LA ROAD-MAP DI HOLLANDE PER IL FUTURO DELL’EUROPA - Zuuly.comZuuly.com - 15 febbraio 2013

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