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Economia, Europa, Geopolitica

Così, il budget europeo non va

Di Elido Fazi

Obama discorso sullo stato dell'UnioneMartedì scorso, nel suo discorso sullo stato dell’Unione, Obama ha detto molte cose che condividiamo. Tra queste, oltre al Transatlantic trade and investment partnership per ridurre ulteriormente la barriere commerciali tra le due sponde dell’Atlantico, va sottolineata una frase: «Tutti pensiamo che un piano per la riduzione del deficit debba essere parte della nostra agenda. Ma siamo chiari: la riduzione del deficit da sola non è un piano economico».

Siamo tutti curiosi di sentire cosa dirà il presidente Van Rompuy quando si presenterà al Parlamento Europeo per chiedere l’approvazione del bilancio. Dovrà essere molto convincente, altrimenti il bilancio non sarà approvato.

capi di stato europaA tutti è sembrato assurda la notte in cui 27 capi di Stato hanno litigato fino all’ultimo euro, totalmente incoscienti che non è certo questo quello che dovrebbe essere lo spirito europeo dell’interesse e del bene comune e che l’alleanza tra la Merkel e Cameron è innaturale. Ma che senso ha annunciare, in contemporanea con la dichiarazione che la recessione in Europa si sta aggravando, che l’Europa ha deciso di tagliare ancora un pezzettino, circa il 3%, del suo già misero budget federale, il quale, nonostante appaia imponente – 1.000 miliardi di euro – non supera l’1% del PIL europeo e dovrà valere per i prossimi 7 anni? A chi può venire in mente, oggi, in una situazione incerta come quella in cui siamo, di fare un budget di 7 anni? Persino l’Unione Sovietica, come ricorda «The Economist», si limitava a fare piani quinquennali. Ma, soprattutto, come si può pensare di sommare alle austerità nazionali anche quella centrale europea? Possiamo anche capire Cameron, che è tornato a casa da trionfatore, ma non la Merkel, che sembra voglia essere ricordata come colei che costruisce l’Europa e non che la sfascia. Perché si è fatta influenzare dal premier di un paese che forse nel 2020, quando il budget varrà ancora, non farà neanche più parte dell’Europa? Come dice Romano Prodi, «Ci troviamo di fronte a un’Europa guidata dalla Germania che impone una politica recessiva anche in presenza di crescita zero, di un enorme attivo della sua bilancia dei pagamenti e di una totale assenza di un qualsiasi pericolo di inflazione. Ha vinto Cameron. Vincono gli euroegoismi. Non è una cosa buona. La riduzione del bilancio europeo messa in atto nei giorni scorsi contiene un messaggio preciso: ogni paese dell’UE deve curare solo i propri interessi. Ogni euro speso per lo sviluppo o la solidarietà europea è semplicemente buttato via».

Siamo consapevoli che c’è il problema della unanimità di tutti i 27 capi di governo e che i contributi sono a carico dei singoli Tesori nazionali, ma questa farsa non fa che rendere ancora più urgente quello che deve essere fatto al più presto e che era stato inserito nella road-map preparata dal presidente Van Rompuy per il Consiglio Europeo dello scorso dicembre, dando così seguito alle indicazioni scaturite dal Consiglio Europeo di giugno di dare vita a una più genuina unione monetaria, fiscale, economica e politica. Tra le cose in agenda, che speriamo siano solo rinviate, perché nel comunicato finale del Consiglio Europeo di dicembre non se ne parla, c’era quella di attribuire a livello sovranazionale, presumibilmente al Parlamento Europeo, una “fiscal capacity”  autonoma necessaria per mettere in atto politiche anticicliche, nonché la costituzione di un autonomo Tesoro europeo, che, dialogando con la BCE, possa attivare, anche emettendo Eurobond, politiche di riequilibrio. Una politica monetaria unica si sta rivelando sempre di più come un vestito che non va bene a nessuno. Per alcuni è troppo largo, per altri troppo stretto. L’effetto prociclico delle politiche nazionali di austerity va equilibrato con una politica anticiclica federale, senza la quale l’Europa non fa altro che aggravare i suoi problemi di disoccupazione, già a livelli record.

Schulz-Martin1Ormai sappiamo che non si farà nulla su questi temi prima delle elezioni tedesche del prossimo settembre e forse di quelle europee del 2014. Ma l’obiettivo di un budget federale che non dipenda solo dai contributi degli Stati deve essere subito rimesso al centro del dibattito, sin da ora.  E bene ha fatto il presidente del Parlamento Europeo Martin Schulz a dire che non approverà così, a scatola chiusa, questo budget. «La proposta di budget», scrive sul «Financial Times» Schulz, «rappresenta il più arretrato tra tutti i MFF, in gergo il Multiannual Financial Framework, cioè i budget settennali, nella storia dell’Unione Europea. Il pacchetto approvato nelle prime ore del mattino rappresenta solo l’inizio di un negoziato con il Parlamento. […] Quello che è incredibile è che i  27 capi di governo abbiano approvato uno schema finanziario che servirà solo a peggiorare i deficit strutturali già esistenti».  Le quattro grandi famiglie politiche del Parlamento hanno congiuntamente stabilito che il bilancio, così com’è, è inaccettabile.

Il contrasto tra il Parlamento e il Consiglio, ammesso che avverrà, sarà un sano confronto. Il Trattato di Lisbona del 2009 stabilisce che il bilancio dovrà essere approvato dalla maggioranza assoluta del Parlamento (le assenze e le astensioni contano come voti contrari). Probabilmente molti deputati europei saranno messi sotto pressione dai leader delle singole capitali per votare a favore, e per questo forse è giusto che in questo caso il voto rimanga segreto. Una possibilità potrebbe essere quella di votare non per un budget di 7 anni, ma solo di un anno o due. Il prossimo Parlamento, insieme a un presidente della Commissione direttamente eletto dai cittadini, si dovrà occupare dei rimanenti anni. No taxation without representation: è stato sempre questo il senso di un Parlamento. Con un budget definitivo approvato fino al 2020, il prossimo Parlamento si troverebbe ancora una volta nella situazione di Representation without taxation. Che senso ha eleggere un Parlamento con un budget già approvato per l’intera sua legislatura? Dov’è la legittimazione democratica di cui tanto si parla?

Forse ha ragione Helmut Schmidt quando invita il Parlamento Europeo a fare un golpe. «Penso che sia una cosa buona. Gli eurodeputati potrebbero dire no al bilancio. Si creerebbe una situazione agitata, che forse potrebbe essere necessaria a far emergere una leadership».

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